giovedì 5 novembre 2009

Besa: quando una “parola” diventa un codice d’onore


Quando parliamo con qualcuno che non conosciamo bene ascoltiamo quello che dice, ma le sue parole non bastano. Iniziamo dunque ad osservare i movimenti del suo volto per cercare di capire quanto possiamo fidarci. In questi casi è interessante come la parola non sia abbastanza per decidere di credere.

Se si pensa al significato di “parola”, ci sono espressioni che rendono complessa la riflessione e ardua la possibilità di una conclusione definitiva.

Per esempio l’espressione “Vogliamo fatti, non parole” lascia pensare ad una parola che si contrappone al fatto, al possibile, al fattibile. La parola diventa quasi un ostacolo e certamente non garantisce affatto sulla veridicità di quello che si dice. I significati di “parola” riportati dal dizionario De Mauro confermano questo aspetto, in particolare il punto 3, nel quale si legge “spec. al pl., ciò che si dice, in contrapposizione a ciò che si fa”.

Tuttavia riflettendo ancora un po’, viene in mente l’espressione “Ti do la mia parola” che è usata per confermare che quello che dico di fare o di aver fatto corrisponde alla verità. Sembra una definizione completamente diversa dalla precedente perché è una parola che garantisce, conferma, tutela. In realtà le cose sono molto più semplici di come sembrano.

La parola non è vera o falsa in sé, ma neutra. Tutto dipende da come si usa. Niente può garantire sulla veridicità di quello che dico, se non il fatto che sia io a dirlo.

Anche se, per certi versi, le parole sono il mezzo per giungere al significato delle cose, per affermare la verità, in italiano non abbiamo un termine che indichi una parola che è certamente vera. In albanese, invece, esiste una parola che indica che ciò che si dice coincide con ciò che si fa, con ciò che si pensa, con ciò che è vero: besa.

La besa, uno dei principi fondanti il Kanun, un insieme di leggi consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania, è molto più della parola, è un giuramento, è garanzia del vero. Nel Kanun la besa è descritta come l’autorità più importante ed è strettamente legata al concetto di onore.

La besa in particolare, il Kanun più in generale, è il prodotto della storia dell’Albania. In essa si ritrovano i principi fondanti maturati grazie al contatto con altre realtà storico-culturali. Eppure, in questi principi, si riconosce il febbrile tentativo di definire l’identità albanese. Ad esempio, se da un lato alcuni principi della chiesa cattolica sono facilmente individuabili tra le idee portanti del Kanun, dall’altro, attraverso questo codice, l’Albania ha tentato di forgiare la sua identità per rendersi meno vulnerabile agli attacchi imminenti che si profilavano all’orizzonte.

Questa questione è trattata molto dettagliatamente in uno straordinario libro di Ismail Kadarè “Chi ha riportato Doruntina?”. È la storia di una donna albanese, Doruntina, che in seguito al suo matrimonio è costretta a trasferirsi in una cittadina dell’Europa centrale, lontana dalla madre e dai suoi fratelli. La madre, contraria al trasferimento della figlia in un posto così distante da lei, si acquieta solo quando arriva la promessa e la besa del figlio Costantino di portarla indietro tutte le volte che la madre avesse avuto il desiderio di rivedere la figlia. Purtroppo in seguito ad una grave epidemia, Costantino muore. Eppure, dopo tre anni dalla morte, Doruntina riesce a tornare a casa accompagnata da un misterioso cavaliere. Il capitano Stres viene incaricato di occuparsi di indagare sulla vicenda. La sua verità finale è scomoda per tanti, ma suggestiva e allettante per altri:


“… affermo e ribadisco che Doruntina non è stata riportata da altri che dal fratello Costantino, in virtù della parola data, della sua besa. Quel viaggio non si spiega né potrebbe spiegarsi altrimenti. Poco importa che Costantino sia uscito o no dal sepolcro per compiere la propria missione, poco importa di sapere chi fu il cavaliere che partì in quella notte scura e quale cavallo sellò, quali mani tennero le redini, quali piedi poggiarono sulle staffe, di chi erano i capelli ricoperti dalla polvere del cammino. Ciascuno di noi ha la sua parte in questo viaggio, poiché la besa di Costantino, colui che ha riportato Doruntina, è germogliata qui fra noi. E dunque, per essere più precisi si può dire che, attraverso Costantino, siamo stati noi tutti, voi, io, i nostri morti che riposano nel cimitero accanto alla chiesa, a riportate Doruntina (…) Nobili signori, non ho ancora finito. Vorrei dirvi – e vorrei dirlo soprattutto agli invitati giunti dalle regioni lontane – che cos’è questa forza sublime in grado di infrangere le leggi della morte (…) Ogni popolo, di fronte al pericolo, affila i suoi strumenti di difesa e – questo è essenziale – se ne crea di nuovi. Bisogna avere la vista corta per non comprendere che l’Albania si trova di fronte a grandi drammi. Presto o tardi, giungeranno fino ai suoi confini, se già non vi sono arrivati. Allora, si pone la domanda: in simili nuove condizioni di aggravamento dello stato generale del mondo, in quest’epoca di sfide, di crimini e di odiose perfidie, quale sarà il volto dell’Albania? Sposerà il male o vi si opporrà? In breve, cambierà volto per adattarsi le maschere dell’epoca, onde assicurare la propria sopravvivenza, o manterrà un volto immutato, col rischio di attirare su di sé la collera dei tempi? L’Albania vede avvicinarsi l’era delle prove, della scelta fra quei due volti. E, se il popolo albanese ha cominciato a elaborare nel più profondo di sé delle istituzioni tanto sublimi come la besa, ciò sta a indicare che l’Albania è sul punto di fare la sua scelta. È per portare questo messaggio all’Albania e al mondo che Costantino è uscito dalla tomba.”


Il capitano, nel suo discorso finale, invita tutti gli albanesi a riconoscersi attori dell’evento che ha coinvolto la nobile famiglia dei Vranaj. Si tratta di un impegno che “esigerà pesanti sacrifici dalla generazioni a venire”, ma è l’impegno di una nazione nel riconoscersi in una identità precisa, della quale il concetto di besa diventa elemento portante.

La besa non è una promessa, è molto di più; è la garanzia che quello che dico è vero, è uno straordinario tentativo di fuggire all’ambiguità del linguaggio. Attraverso la parola puoi comunicare qualsiasi cosa, non importa che sia vero o non lo sia. Attraverso la besa comunichi il vero, prometti qualcosa che dovrai mantenere a qualsiasi costo, assumi un impegno.

Adele Pellitteri

Tratto dal sito: l’enigma della lingua albanese

1 commento:

  1. Mi sa tanto che ci sarebbe bisogno della "Besa" dato che in "Italia" non abbiamo parola per niente

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